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A cosa servono le grandi aziende

Philips e Samsung. Due colossi, d’accordo, ma che da soli brevettano più dell’intera industria italiana. I dati 2015 dell’ufficio brevetti europeo riportano un poco di ottimismo sulle prospettive del Paese, con richieste di deposito in crescita del 9%, ben oltre la media europea.

Ma il problema è nei valori assoluti, che restano preoccupanti. Tenendo conto della popolazione l’Italia è al 18esimo posto (brevetti per milione di abitanti), situazione che migliora solo un poco (13esimo posto a pari merito con la Corea del Sud) guardando alla punta di diamante in termini innovativi, la Lombardia, che da sola vale un terzo dei brevetti nazionali.

I motivi del gap sono facilmente visibili nei protagonisti diretti, le imprese. La top ten italiana presenta solo “big” (come accade ovunque), con la differenza che da noi i “big” sono mediamente più piccoli e comunque meno frequenti che altrove. Il primato di Indesit (ora americana) svanisce nella classifica globale, 107 brevetti sono quasi la metà rispetto alla performance del centesimo in classifica. Il leader assoluto, Philips, brevetta 22 volte tanto. Così, la Francia brevetta quasi il triplo rispetto a noi, la Germania sei volte tanto.

L’innovazione può avvenire anche in altri modi, combinando in modo creativo novità scoperte altrove, ma è chiaro che si tratta di una derivata, la linfa vitale è altrove, nella capacità della grande azienda di catalizzare gli sforzi di centinaia di ingegneri e progettisti traducendoli in brevetti, capaci a loro volta di fecondare l’indotto e l’intera filiera. Muscoli visibili anche negli indici di concentrazione: in Germania la top ten spiega un terzo dei brevetti totali, da noi solo l’11%.

Dovremmo avere più Indesit, Fca, Stm, Finmeccanica, Pirelli, Chiesi e Danieli.

Il guaio è che non ci sono.