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Il welfare che possiamo permetterci

Più pensioni, meno investimenti. Scorrere i dati Istat sul bilancio delle amministrazioni pubbliche (aggiornati al terzo trimestre 2016) è un esercizio utile per comprendere almeno in parte i motivi della nostra bassa crescita strutturale.

Nel 2012 gli effetti della crisi dei debiti sovrani, con conseguente brusco rialzo per gli spread in Italia, si riverberano nell’aumento per la spesa per interessi. Collocare debito italiano in quel momento era un problema, per farlo abbiamo dovuto pagare (primi tre trimestri 2012) 60.8 miliardi di interessi passivi.

Da allora il calo di questa voce è stato costante, grazie alla riduzione dei tassi in Europa e alla stabilizzazione del quadro politico ed economico in Italia. Nei primi tre trimestri del 2016 l’esborso per interessi passivi è stato pari a 49,3 miliardi di euro, oltre 11 in meno rispetto al 2012.

Una manna.

Dissipata, tuttavia, dall’aumento più che proporzionale della spesa pubblica corrente, che al netto degli interessi nello stesso periodo è lievitata quasi del doppio, 19 miliardi di euro in più tra 2012 e 2016.

Esborsi aggiuntivi che non riguardano gli stipendi pubblici (ridottisi invece di tre miliardi) ma per consumi intermedi (+2 miliardi) e soprattutto prestazioni sociali, lievitate di 19 miliardi di euro.

Nello stesso periodo, proprio mentre lo Stato sceglieva di sostenere e arricchire il proprio sistema di welfare, gli investimenti fissi delle pubbliche amministrazioni venivano tagliati di quasi quattro miliardi di euro.

A parità di saldi, avremmo potuto utilizzare il “bonus” dei minori tassi di interesse per rilanciare gli investimenti oppure ridurre le tasse per famiglie (più consumi) e imprese (più investimenti in Italia, dunque più posti di lavoro).

Per finanziare la crescita della spesa pubblica corrente siamo invece stati costretti ad aumentare le entrate, lievitate di 15,7 miliardi tra 2012 e 2016 (primi tre trimestri), per effetto di un aumento in ordine sparso che ha riguardato imposte dirette, indirette e contributi sociali.

Una spirale perversa, che possiamo disinnescare solo mettendo sotto controllo la spesa.

Non accade per colpa dei governi?  Per quanto mi ricordi, ogni piano di spending review viene sempre accolto da partiti, associazioni e sindacati con grande entusiasmo. Questo almeno finché si parla dei massimi sistemi. Perché appena si entra nel merito delle singole misure la spending review si trasforma  immediatamente in “macelleria sociale”, con un coro di distinguo che immediatamente blocca ogni velleità di riforma.

Si tratta di capire se per il futuro del paese, per il lavoro e le prospettive dei nostri figli, questo sia davvero un sistema di welfare e di spesa che possiamo permetterci. Si direbbe di no.

 

 

 

  • arthemis |

    @Vincenzo:
    il suo post meriterebbe un altrettanto lungo commento (che includa, per esempio, il richiamo al taglio introdotto dal governo Monti alle pensioni sopra i 90mila euro poi bocciato dalla Cassazione).
    Mi limito a questa sua affermazione: “come se il pensionamento fosse un lusso indebito che il soggetto lavoratore dipendente vorrebbe godersi ma che la collettività (rectius: il “sistema Paese”) non può più permettersi perché non più giustificabile”

    Nessuno mette in dubbio che si possa andare in pensione, il punto è se quanto erogato è commisurato a quanto versato e se, nella attuale situazione, sia più efficace ai fini del sistema-paese aumentare le pensioni o, invece, utilizzare quei soldi per altro. A meno che non si preferisca, alla fine, dare i soldi ai nonni nella speranza che facciano loro da welfare per i giovani sotto-occupati.

    la questione è se la pensione è

  • Vincenzo Caputo |

    Note sulla questione pensionistica e sui diritti dei lavoratori dipendenti:

    Consideriamo la riforma del sistema pensionistico firmata dalla FORNERO, riforma che ha fatto cassa sui bassi redditi da lavoro dipendente, sui pensionati e sui pensionandi, e che è assolutamente iniqua e ingiusta, nonostante venga continuamente lamentata la (falsa, perché non si volle incidere su redditi alti e grandi patrimoni. indisponibilità di risorse . Si rivela iniqua e ingiusta specialmente se si ricorda e considera, per esempio, che:

    – è stato cartolarizzato (ed infine venduto a prezzi stracciati) un ingentissimo patrimonio immobiliare degli enti pensionistici (decine di migliaia di unità abitative, e molto altro ancora) che era stato acquistato negli anni ESCLUSIVAMENTE CON I CONTRIBUTI PREVIDENZIALI DEI LAVORATORI DIPENDENTI e che doveva servire a titolo di investimento SOLO per garantire le loro pensioni future. E invece il ricavato di questa vendita è stato usato (ammesso che questo sia vero…) per sanare almeno in parte altre poste del bilancio pubblico,

    – Monti, due settimane prima di essere “nominato”, aveva dichiarato (v. una trasmissione di LA7 che ha riproposto l’intervista) che intendeva, per prima cosa, levare di mezzo le pensioni di anzianità, e contestualmente colpire – per tempo limitato – gli alti redditi. Cosa che non ha fatto. Se lo avesse fatto non sarebbe stato “necessario” realizzare porcate come la riforma dell’art. 18 (che fortunatamente sarà oggetto di referendum tra qualche mese…)e non sarebbe stato “necessario” costringere tanta, troppa gente a lavorare altri sei o sette anni rischiando nel frattempo di essere licenziati a più di 57 anni d’età e senza diritto a pensione. Un miliardo per il pensionamento anticipato SENZA CHE IL LAVORATORE DEBBA ACCEBDERE UN PRESTITO non si è voluto trovare…Però, quando si è tratta di salvare il Monte dei Paschi, sono stati subito disponibili 20 miliardi!!…e quest’estate un provvedimento del Governo ha aperto per molti bancari la possibilità di andare in pensione a 60 anni!
    Ancora oggi in questo Paese gli alti redditi rimangono in gran parte intangibili e/o “sommersi, ed immuni dalla logica del “rigore e del “sacrificio necessario per evitare il baratro”, che invece vale per i lavoratori dipendenti e per i pensionati. Da questi alti redditi, dai grandi patrimoni immobiliari e dalle rendite finanziarie potrebbero essere tratte risorse decisive per il superamento della crisi italiana. Questo prelievo costituirebbe una forma di ridistribuzione della ricchezza, oggi concentrata in una ristretta cerchia di popolazione e di operatori economici e finanziari. ”Tutto l’accrescimento del reddito degli ultimi dieci anni ha finito con il far variare in positivo la ricchezza del 10% più ricco degli italiani, che a fine 2010 possedeva il 45,9% di tutta la ricchezza, immobiliare e finanziaria del Paese, mentre al 50% degli Italiani meno fortunati (tra i quali i lavoratori dipendenti ed i pensionati, n.d.t.) rimaneva appena il 9,4%. Nove italiani su dieci stanno peggio di dieci anni addietro.”
    E’ mancata anche nel Governo RENZI, come era mancata in quelli precedenti, qualsiasi intenzione sincera di attuare politiche o provvedimenti di ridistribuzione della ricchezza a favore dei ceti c. d. medi e bassi (mi riferisco sempre a lavoratori dipendenti ed a pensionati come destinatari di questa auspicabile ridistribuzione). Questa intenzione sincera mancherà sempre, in senso assoluto, perché incompatibile con la volontà di far gravare il peso della crisi sui lavoratori in ossequio al dogma della competitività. E verrebbe da dire che di questo passo si giustificherà persino la schiavitù conclamata, che consente produzioni e investimenti altamente competitivi…che attrarrebbero certamente gli investitori internazionali nel nostro Paese ridotto a Paese di schiavi…

    “Secondo Bersani, duecentomila famiglie, in Italia, detengono ricchezze immobiliari superiori a 1,5 miliardi di Euro. Se venissero tassati al valore catastale con un’aliquota pari al 4,4 per mille (aggiuntiva rispetto all’IMU) si recupererebbe la perdita di gettito (due miliardi circa) dovuta all’abolizione dell’IMU sulla prima casa”.

    – in Francia l’età pensionabile minima è stata riportata a 60 anni dal premier Françoise Hollande (notizia praticamente censurata in Italia, e riportata da pochissime testate giornalistiche).

    – In Germania il Bundestang, il 27 maggio 2014, ha reintrodotto l’uscita dal lavoro in regime di flessibilità, con moderate penalizzazioni, a partire dall’età di 63 anni e due mesi
    – il periodo di vita sottratto alla disponibilità del lavoratore (dai 60 a 67 anni) è quello in cui mediamente si ha un calo delle prestazioni fisiche e intellettuali rispetto alle età di 40, 50 anni. E’ una fascia temporale nella quale l’individuo ha diritto a godere del frutto del proprio lavoro, anche soltanto in termini di maggiore libertà e di cura di sè e dei propri interessi ed affetti. La prestazione da lavoro dipendente, in quella fascia d’età (60-67) è più gravosa e meno redditizia, e incoraggia l’insorgere di varie patologie. Vorrei che la gente ed i politici aprissero gli occhi su questo. L’uomo non è una macchina uguale a se stessa (più o meno) col trascorrere dei decenni (peraltro si logorano anche le macchine…)

    – Dall’entrata in carica del Governo Monti (durato dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013, data in cui ha voluto dimettersi dopo una famosa dichiarazione di Alfano, avendo di fatto perso la “fiducia” che anche il PDL gli aveva dato fino ad allora) si è affermato ossessivamente che il peso della “spesa pensionistica sostenuta dallo Stato” sul Bilancio Nazionale era determinante concausa di una possibile (anzi, certa) imminente caduta dell’Italia nel c.d. “baratro”, costituito dal default, dalla bancarotta, ecc. .
    Si giustificò così il famigerato “decreto salva Italia” che, a furia di tagli lineari su lavoratori e pensionati (in una delle sue prime interviste, Monti si affannò a dire che la prima cosa da fare per il bene dell’Italia era togliere le pensioni di anzianità….), produsse danni immensi al Paese, creando centinaia di migliaia di esodati per tutelare i quali sono state necessarie finora ben otto salvaguardie successive (pensionandoli cioè con apposito provvedimento legislativo in deroga alla Legge FORNERO!…e ancora oggi, nel 2016, risultano altre migliaia di lavoratori esodati da salvaguardare).
    Monti, eliminando le pensioni di anzianità e spostando in avanti di sette anni e più l’età pensionabile, ed aumentando le tasse e le imposte presenti e future, avrebbe dovuto porre le premesse per la crescita…crescita che al momento non si vede nemmeno in prospettiva, nonostante le dichiarazioni dell’attuale Governo RENZI. Ma la riforma delle pensioni, presentata piangendo dalla FORNERO, era ed è incongrua e dannosa per i lavoratori dipendenti, e mirava solo a fare cassa a vantaggio di altri capitoli del bilancio dello Stato.

    • A titolo di esempio, per quanto riguarda la pretesa (da Monti e da tutti coloro che hanno avuto interesse a portarlo avanti ed a sostenerlo) insostenibilità della spesa pensionistica, va detto inoltre che sul bilancio statale 2008, “Di ogni 100 Euro che gli italiani versano allo Stato, tra imposte dirette, imposte indirette e contributi sociali…(soltanto, n.d.t.) 14,7 Euro sono stati impiegati nel pagamento delle pensioni, mentre ben 22,6 Euro sono stati trasferiti a Regioni, Province e Comuni. La cui spesa (uno dei grandi punti dolenti) non si è mai stati in grado di classificare tra le varie destinazioni…”. Pertanto sono ben altre le voci di spesa che meritano si essere definite insostenibili, prime fra tutte quelle legate alla politica nazionale e locale (cioè ai suoi costi, tuttora elevatissimi, come quelli derivanti dal finanziamento pubblico ai partiti – che di fatto sussiste ancora – e ad un’ampia gamma di ruberie e frodi commesse da tanti politici dai loro complici e sostenitori)

    Consideriamo ancora, a proposito della questione pensionistica, un mistificatorio approccio concettuale che ha costituito una delle basi ideali della riforma pensionistica FORNERO, e che pretende essere non più sostenibili dal “sistema Paese” e dal sistema economico europeo molti dei diritti conquistati lavoratori in tanti decenni di lotte. Diritti peraltro riconosciuti anche dalla Dichiarazione dei Universale dei Diritti Umani emanata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 (v. allegato alla fine di questo scritto).
    E’ un approccio insidioso, continuamente propagandato e condiviso sia dalle forze politiche di orientamento neoliberista italiane ed europee che da quanti le affiancano nel mondo dell’economia e dell’informazione di massa. Tale approccio si articola in due fasi principali:

    • I mezzi di comunicazione di massa e i giornalisti ( i c.d. “opinion makers”, cioè coloro che con le loro parole incidono sugli orientamenti della pubblica opinione) ci impongono sempre più spesso, surrettiziamente, l’immagine di anziani altrettanto validi e pieni di energia quanto sono, mediamente, i trentenni e i quarantenni. Gli scopi principali di questa vasta e continua operazione mediatica sono :
    • Accreditare fittiziamente l’immagine generalizzata del lavoratore dipendente sessantenne e ultrasessantenne come risorsa perfettamente integra nelle sue potenzialità lavorative nonostante il trascorrere del tempo: mistificazione finalizzata a giustificare un allungamento progressivo e continuo (apparentemente senza limiti) nel tempo del periodo di lavoro necessario per acquisire il diritto alla pensione;
    • nullificare, privandolo di razionale fondamento, il diritto del suddetto lavoratore anziano ad una giusta pensione…come se il pensionamento fosse un lusso indebito che il soggetto lavoratore dipendente vorrebbe godersi ma che la collettività (rectius: il “sistema Paese”) non può più permettersi perché non più giustificabile (si afferma ad esempio che…oggi l’anziano è pieno di vita e di energia…anche a 60, 70 anni ed oltre…la messa a riposo, anzi, lo danneggia fisicamente…)

    • Vengono contestualmente sottratti alla consapevolezza collettiva ed individuale (minimizzandole con magistrali artifici dialettici o semplicemente non parlandone affatto ):
    • tutte le problematiche dell’anziano connesse al suo naturale declino fisico (diminuzione della forza, della memoria e della capacità di concentrazione, alle variazioni del suo contesto familiare (nascite, matrimoni dei figli, decessi e altro), alle sue malattie (del lavoratore e/o del coniuge) ed al loro progressivo aggravarsi nel tempo.
    • L’insanabile contraddizione tra l’invecchiamento dei dipendenti pubblici e gli obiettivi tanto ripetuti di ammodernamento e informatizzazione dell’amministrazione pubblica (contraddizione evidenziata anche in un documento che venne stilato da un gruppo di lavoro nominato nel 2013 dal Presidente pro-tempore della Repubblica Giorgio NAPOLITANO) .
    • La conoscenza e l’analisi di tutte quelle voci del Bilancio dello Stato che prevedono, (per volontà e su imposizione di lobbies e potentati economici italiani ed esteri in sinergia con forze politiche italiane attualmente al Governo o che lo sono state in passato, indipendentemente dall’effettiva volontà popolare…) enormi uscite per spese dichiarate “incomprimibili” (come le spese per le missioni all’estero delle Forze armate Italiane e le spese per gli acquisti di armamenti (navi e aerei militari, ecc.) col pretesto di accordi internazionali che bisogna rispettare a tutti costi. La lettura ed interpretazione del Bilancio è mantenuta difficile, tranne per coloro che lo elaborano.In tal modo pochi possono rendersi conto che imponenti risorse economiche del Bilancio Nazionale vengono dirottare vantaggio di ristrette cerchie politico economiche connesse con gli ambienti della grande industria e della finanza internazionali, mentre:
    • Un enorme numero pensionati è quasi alla fame o concretamente in miseria, mentre una ristretta fascia di pensionati gode di pensioni altissime (persino 90.000 euro mensili ed oltre, in qualche caso…) la cui intangibilità viene sostenuta in quanto “diritti acquisiti” fondati su norme che la stessa Corte Costituzionale ha riconosciuto valide in una propria recente pronuncia…perciò queste pensioni altissime non si possono toccare…
    • vengono colpiti continuamente nel loro potere d’acquisto e nei loro diritti i lavoratori dipendenti pubblici e privati
    • la crisi economica italiana si aggrava – e si aggraverà, come percepisce il comune buonsenso -continuamente, malgrado le dichiarazioni dei politici al Governo e malgrado i pretesi effetti positivi attribuiti ad ogni nuova Legge Finanziaria. A proposito di quest’ultima, va evidenziato l’espediente dialettico che consiste nel chiamarla “legge di stabilità”, attribuendole nascostamente sia il significato di provvedimento portatore di stabilità politica ed economica, sia la valenza di provvedimento necessario nei suoi effetti, positivi o negativi che siano.
    Secondo chi ha architettato questo espediente dialettico i lavoratori devono accettare la legge di stabilità senza ribellarsi, pena l’instabilità e le relative conseguenze (cioè il cosidetto “baratro”, ecc..). Ma le spese “incomprimibili” per gli armamenti e per le missioni militari all’estero (ad es.) restano sacre ed intoccabili, anche se sempre più gente si impoverisce costantemente, perde il posto di lavoro o lo vede minacciato, o addirittura deve letteralmente fare la fame.

    Va aggiunto che recentemente la situazione post-FORNERO della materia pensionistica ha formato oggetto di ulteriori promesse di cambiamenti decisivi (al momento non vi è ancora nulla di certo) puntualmente controbilanciate da ammonimenti sul contrario atteggiamento dell’Europa e dal ribadire ossessivo che la Legge FORNERO ha consentito “risparmi” enormi, altrimenti impossibili (“risparmi fatti, peraltro, solo sulla pelle dei lavoratori dipendenti, e concretatisi in estrema sintesi nella possibilità di trattenere di fatto – trasferendoli parzialmente su altri capitoli del bilancio statale – parte dei versamenti contributivi pensionistici dei lavoratori dipendenti pubblici e privati).
    I sostenitori della Legge FORNERO evitano accuratamente di ammettere che l’aumento degli anni di versamenti contributivi ed la corrispondente diminuzione degli anni di percepimento della pensione stanno portando fatalmente ad una situazione aberrante: un numero sempre crescente di lavoratori dipendenti si troverà, a fine vita , ad aver percepito complessivamente molto meno di quanto versato a titolo di contributi pensionistici durante gli anni di lavoro.
    Vanno ricordate infine le tante proposte avanzate negli anni più recenti che avrebbero potuto prevedere nuove possibilità di pensionamento anticipato per i dipendenti pubblici in soprannumero (v. in particolare, a proposito, per i dipendenti INPS, l’informativa del 2013 intitolata “Piano operativo per la certificazione del diritto a pensione a favore dei lavoratori dipendenti dell’Istituto risultanti in soprannumero. Articolo 2, comma 11, lettera a), del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135.”)

    ALLEGATO:
    Il peggior baratro che può prospettarsi per il lavoratore dipendente pubblico o privato, come per ogni uomo, è la sua schiavitù, specie se progressiva, misconosciuta, travestita da progresso e giustificata col feticcio della competitività o spacciata per inevitabile adattamento alle necessità del Paese (necessità che invece sono quelle di chi si vuole arricchire alle spalle dei lavoratori dipendenti e delle altre categorie “deboli”). Schiavitù che può avere anche il volto dell’improvvisa disoccupazione senza mezzi di sussistenza, perché si diventa schiavi del bisogno e si perdono la dignità e la speranza. Si è pronti a rinunciare a qualsiasi diritto pur di avere un lavoro, anche precario. Qualunque padrone può imporre qualunque condizione lavorativa, qualunque sopruso. Per le donne ci sono prospettive ancora peggiori. A molti, già adesso, non resta che l’emigrazione, come negli anni ’50.

    Il 10 dicembre 1948 l’assemblea delle Nazioni Unite approvò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. In essa si ritrovano i valori e gli obiettivi che hanno mosso le lotte sindacali dei decenni passati. Lotte che hanno portato a conquiste decisive. Oggi queste conquiste sono minacciate sotto il pretesto di una crisi economica , sia in Italia che all’estero da quelle stesse forze che hanno progettato provocato questa crisi anche e soprattutto con le loro azioni speculative sui mercati finanziari. Qui voglio soltanto accennare al fatto che queste forze si valgono, per pianificare la loro azione di supporti di studio e di progettazione (gruppi, comitati, fondazioni, centri di studio) che li pongono in posizione di obiettivo vantaggio di fronte alla massa dei lavoratori ed agli stessi sindacati. Mi riservo di fornire in seguito una descrizione di questi supporti e del loro modus operandi.
    Elenco qui di seguito i Diritti difesi da questa Dichiarazione Universale, affiancati dalla mia sommaria indicazione dei numeri degli articoli che li sanciscono espressamene.
    – diritto al posto di lavoro fisso (artt.22-23)
    – diritto alla tutela dell’individuo dalla disoccupazione e dai suoi effetti (art.23 e art.25: diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà – v. infra)
    – diritto all’istruzione (art.26)
    – diritto a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro (art.23)
    – diritto a uguale retribuzione per uguale lavoro (senza gabbie salariali) (art.23)
    – diritto a giuste ferie periodiche retribuite (art.24)
    – diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari. Diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà (artt.22,23 e 25) Questi Articoli, in particolare statuiscono il Diritto a quello che viene definito (da qualcuno in toni sprezzanti) il Welfare, ossia, secondo la traduzione letterale dall’Inglese il Benessere. Ma non si tratta di benessere inteso come lusso, privilegio, possibilità di godersi a spese della collettività qualcosa che è superfluo e qualcosa a cui non si avrebbe diritto. Si tratta invece dell’attuazione di quella che abbiamo sempre conosciuto come Previdenza sociale, cioè l’azione dello stato per consentire al lavoratore un’esistenza libera e dignitosa anche dopo la fine del suo impegno lavorativo, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, e quanto altro indicato dalla citata Dichiarazione Universale.
    Sono Articoli che avrebbero dovuto essere scritti a grandi caratteri nelle agende di Monti e della Fornero, così come gli altri Articoli qui evidenziati, con l’obbligo di leggerseli ogni giorno finchè avessero goduto le prerogative ed esercitato i poteri, rispettivamente, di Capo del Governo e di ministro. Poteri e prerogative attribuiti (ricordiamolo sempre) benché sia loro due che gli altri componenti di quella compagine governativa non fossero starti eletti né votati mai da nessuno, ma semplicemente “nominati” in quanto “tecnici” (…) a quelle altissime cariche istituzionali da soggetti (della finanza e della politica nazionale ed internazionale) che non sono stati certamente gli elettori Italiani.
    Ma in Italia pochi oggi riconoscono un principio fondamentale, ovvero che il diritto al giusto benessere dei Lavoratori, dei pensionati e di tutti i Cittadini, e tutti gli altri Diritti previsti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sono diritti inviolabile – crisi o non crisi – da garantire ANCHE, e vorrei dire SOPRATTUTTO, con GIUSTI atti di ridistribuzione della ricchezza.
    Atti di ridistribuzione che sono esattamente la cosa che in Italia tanti soggetti individuali, politici e societari, ( – soggetti tra i quali non vi sono ovviamente né lavoratori dipendenti, né disoccupati, né pensionati, né esodati, né precari – ) vogliono evitare…proprio perché vogliono mantenere intatti anzi crescenti i propri profitti e il proprio potere d’acquisto. Ma altrove in Europa la politica si comporta in modo molto più civile nei confronti dei cittadini: gli intellettuali reagiscono in maniera più indipendente e concreta all’azione instancabile di chi vorrebbe comprimere a proprio vantaggio i diritti acquisiti dai lavoratori, e rivelano che la tanto sbandierata crisi altro non è che una maniera per nascondere il dirottamento del potere d’acquisto verso le fasce più alte della piramide sociale.
    Il Premier Francese Hollande, per esempio, ha agito diversamente in materia pensionistica, aprendo alla flessibilità in uscita.
    Qui di seguito riporto il testo degli artt.22-28 della citata Dichiarazione Universale:
    Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
    (Artt.22-28)
    Articolo 22
    Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
    Articolo 23
    Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
    Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
    Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
    Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.
    Articolo 24
    Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
    Articolo 25
    Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
    La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.
    Articolo 26
    Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
    L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
    I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.
    Articolo 27
    Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
    Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.
    Articolo 28
    Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

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