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E’ il mattone la zavorra della ripresa

I recenti segnali inviati dall’economia reale sono concordi nell’indicare miglioramenti diffusi per le imprese manifatturiere. Abituati agli stop-and-go degli ultimi anni non possiamo ovviamente cadere nell’euforia o nell’eccesso di ottimismo. Ma è pur vero che gli ultimi mesi del 2016 hanno fatto registrare crescite inattese per la produzione industriale, progressi evidenti nell’export, un rilancio esplosivo dei crediti a medio-lungo termine (dunque investimenti) e una decisa riduzione delle sofferenze.

Qui, nell’industria, la speranza è che i trend si consolidino, confermando per più mesi le buone indicazioni di novembre e dicembre, migliorando così anche le prospettive per l’occupazione.

Sulle chance di ripresa del Paese continua tuttavia a pesare come un macigno la lunga caduta del settore delle costruzioni. Lunedì l’Istat scioglierà la riserva sui dati di dicembre, che tuttavia non potranno stravolgere lo scenario degli ultimi anni, periodo in cui l’auspicata inversione di rotta non si è mai concretizzata. Recupero tuttavia necessario, perché è questa in termini settoriali la vera gamba mancante della ripresa italiana.

Se prendiamo come base il 2010, la produzione industriale italiana si trova oggi solo tre punti e mezzo al di sotto di quel livello. Altri, in Europa fanno meglio, ma il gap è tutto sommato ragionevole. Ben diverso il quadro nelle costruzioni, dove invece il deficit da recuperare è ben superiore.

Oggi l’Italia si trova 34 punti al di sotto dei livelli del 2010: tra i 28 paesi dell’Unione europea soltanto Slovenia e Portogallo fanno peggio. (vedi Tabella allegata) Costruzioni

La media dell’Europa a 28 è vicina a quota 100 (sui livelli del 2010), con alcuni paesi, tra cui la Germania, arrivati già a superare quella soglia. Persino la Spagna, reduce da una lunga e drammatica crisi immobiliare, si trova ora nell’indice della produzione per le costruzioni ad appena un punto di distanza dai livelli 2010.

L’epicentro della crisi per l’Italia è ancora qui, come testimoniato dal livello elevato dei fallimenti del settore (il doppio rispetto ai livelli pre-crisi), dal record nelle sofferenze (un terzo dei prestiti al comparto è finito nelle partite più a rischio), dalla continua emorragia occupazionale.

Bene farebbe il Governo, dopo aver giustamente schiacciato l’acceleratore sugli incentivi per investimenti in nuove tecnologie (iperammortamento e Sabatini-bis “4.0”)  a disegnare un piano analogo per l’edilizia. Che oltre ad avere il grande vantaggio di essere per definizione “autarchica” (investimenti e posti di lavoro restano ovviamente qui), ha la capacità di innescare commesse per un vasto indotto, che coinvolge molte delle specializzazioni del made in Italy.

Costruire non significa solo usare mattoni e cemento. Ma anche valvole e rubinetti, infissi e piastrelle, parquet e caldaie. E poi arredi, mobili, lampade e domotica.  Settori che non a caso hanno dovuto in questi anni puntare soprattutto sull’estero per poter sopravvivere.