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La bici italiana torna al ’78

Al Quirinale saliva Sandro Pertini, a San Pietro si insediava un Papa polacco. 

E poi il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, la legge Basaglia per dire addio ai manicomi, l'Argentina campione del mondo di calcio, Francesco Moser che perde di un soffio l'alloro nel ciclismo su strada.

Correva l'anno 1978, pare un secolo fa. Ma dal punto di vista economico il ciclismo nazionale torna proprio lì. Gli ultimi numeri sulla produzione di biciclette in Italia tracciano infatti il quadro dell'ennesimo settore in difficoltà, capace di produrre lo scorso anno solo 2,19 milioni di pezzi. Il calo rispetto al 2011 è del 9% e per trovare un dato peggiore bisogna appunto tornare indietro di 34 anni, quando la produzione fu di due milioni di unità. Una crisi che parte dal mercato interno, dove le vendite cedono una percentuale analoga alla produzione, ma che si realizza anche oltreconfine, con l'export in caduta di dieci punti.

L'argine imposto ai cinesi, con dazi che sfiorano il 50%, non basta a frenare la caduta, con i produttori nazionali che denunciano l'aggiramento della normativa da parte di numerosi paesi asiatici, che di fatto comprano a Pechino per poi rivendere in Europa.   

Nelle bici da corsa e nelle nicchie restiamo fortissimi, ma si tratta di quantità marginali (per le bici da corsa appena il 4% del mercato), insufficienti per sostenere i volumi produttivi che arrivano soprattutto da mountain bike e biciclette da bambino.

Nel '78 Knetemann battè Moser al fotofinish, oggi il "distacco" italiano pare purtroppo incolmabile.