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Via le sanzioni (ma prima i cannoni)

La metà. L’export italiano verso l’Ucraina nel 2015 si è esattamente dimezzato. E qui le sanzioni non c’entrano nulla. Ecco perché non pare possibile pensare di risolvere il deficit di export tricolore verso Mosca (909 milioni nei primi 4 mesi del 2015) unicamente eliminando lo sanzioni Ue. Che certo gettano sabbia negli ingranaggi, producono effetti anche oltre i singoli settori coinvolti, fermando ad esempio i piani di investimento di alcuni gruppi locali che ricadono per parte degli impianti richiesti nella tagliola del “dual-use” (prodotti con utilizzi possibili nell’area militare). Ma i problemi sono soprattutto altrove. Sintetizzando, nei carri armati e nei cannoni. La fuga dei capitali, che ha amplificato lo scivolone del rublo, è la dimostrazione più chiara dell’avversione al rischio degli investitori, che a sua volta genera un blocco del sistema dei pagamenti, con effetti inevitabili anche per l’export. Nel settore alimentare il “bando” imposto da Mosca riguarda (a seconda delle stime dei diversi istituti di ricerca) tra il 15 e il 20% del valore del nostro export di settore. Che tuttavia, nel 2015, ha praticamente dimezzato i propri volumi verso Mosca, il che significa che i problemi stanno anche altrove, in particolare nella caduta del potere d’acquisto locale.

Le richieste a Renzi e ai governi europei di eliminare le sanzioni hanno senza dubbio qualche fondamento. Ma nessuno può sperare che questo di per sé basti per tornare a vendere nuovamente “a pieni giri” a Mosca pasta, scarpe, vestiti, valvole e macchinari. Crollo del petrolio e guerra con l’Ucraina hanno infatti innescato una spirale negativa che le sanzioni hanno certo aggravato, non però determinato. La caduta del rublo è la sintesi dei guai di Mosca ma per invertire la rotta qui serve anzitutto l’azione di Putin. Non solo ai civili, anche alle aziende e agli investitori i cannoni non piacciono.