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L’etica di un Paese che non paga il canone

Due, su 560. A San Giacomo delle Segnate, provincia di Mantova, scovare gli evasori del canone Rai non è impresa agevole, agli ispettori occorrerebbe bussare quasi ovunque, ottenendo nel 99,64% dei casi la stessa risposta: “Ma sì, entri, le faccio vedere il bollettino”. Volendo andare a colpo sicuro, o quasi, ci si può invece spostare nel casertano, dove numerosi comuni, tra cui Casal di Principe, hanno un tasso di evasione del 91%: bussando a dieci porte, si trova in media soltanto un abbonato (Presidente Mattarella, questa famiglia andrebbe premiata).

La lettura del volume Rai sul pagamento del canone dei comuni italiani andrebbe a mio avviso estesa alle scuole, studiando e commentando i numeri, che rappresentano un viaggio nel senso etico del Paese, osservando l’unica tassa per cui sono disponibili i dati puntuali per regione, provincia e comune, l’unico obbligo fiscale in cui sia possibile con matematica certezza (qualcuno crede alla favola delle famiglie senza tv?) individuare e colpire gli evasori. 

Con il passare degli anni, in realtà, questa ha smesso di essere una tassa per trasformarsi in una sorta di donazione: chi paga lo fa certamente perché rispetta le leggi, consapevole però che in caso contrario non rischia proprio nulla. Il tasso di evasione medio in Italia ha ormai superato il 30%, vale a dire che delle famiglie soggette a canone solo il 69,47% risulta abbonato (e di questi, un altro 8% risulta moroso, non paga).

Una media che nasconde realtà radicalemte diverse, con regioni intere vicine all’80% di fedeltà e altre (Campania, Sicilia, Calabria) in cui risulta abbonata solo una famiglia su due. Per povertà, menefreghismo, malafede, convinzione, o forse un mix di tutto questo. Anni di campagna leghista contro il canone avranno lasciato qualche traccia, fornendo anche un sostegno ideologico e culturale a quanti in realtà il canone non hanno mai pagato, né hanno mai avuto intenzione di farlo. 

Con questi dati, tuttavia, con il passare del tempo sarà sempre più difficile convincere le 558 famiglie “fedeli” di San Giacomo delle Segnate ad aprire il portafoglio, mentre ben 7,4 milioni di famiglie decidono di spendere altrove (trattasi di evasione) i 113,5 euro del canone. Senza rischiare nulla, senza ricevere sanzioni, senza che lo Stato adotti una qualche contromisura, perché in caso contrario i trend lo evidenzierebbero.

Non stupisce, dunque, il coro di “no” all’ipotesi del canone in bolletta, ricordiamoci che un italiano su tre non paga. Sarebbe bene però che anche gli altri due terzi si facessero sentire. E  la proposta potrebbe essere la seguente: canone in bolletta, dunque pagamento “automatico”, oppure abolizione, spostando l’onere sulla fiscalità generale.

Ponendo fine alla distorsione attuale, in cui gli onesti si fanno carico da anni anche delle mancanze altrui, mentre lo Stato osserva, silente. E quasi tutti i campioni della lotta all’evasione, commentatori, giornalisti, politici, in tema di canone Rai paiono colpiti da improvvisa amnesia.

  • Luca Orlando |

    Gli abbonamenti “speciali”, diversi dalle tv ad uso privato, sono 289mila, il che porta il totale degli abbonamenti in Italia a poco più di 17 milioni. Sulla fiscalità generale si può agire sulle aliquote anche per i professionisti, quindi non solo dipendenti e pensionati. Io però penso che il canone in bolletta sia la soluzione più di buon senso ed efficace. Saluti.

  • Luca Orlando |

    Concordo, anche se i piani sono diversi, nella altre tasse non ci poniamo il problema della qualità, io penso che l’Irpef che pago sia eccessiva rispetto ai servizi che ottengo ma non per questo evado (in realtà neppure potrei….) Concordo in pieno però sulla necessità di rivedere il sistema e la programmazione, avviando finalmente anche lì una spending review vera, i sacrifici vanno bene quando ci sono per tutti.

  • arrigo tosi |

    EGR Orlando,
    di base sono d’accordo con lei ed infatti il canone lo pago, però sono anche stufo di vedere questi soldi buttati nella latrina che è oggi il sistema radio televisivo pubblico, che non è neppure in grado di fare ascoltare degnamente le notizie sul traffico emesse dalla sua frequenza dedicata.
    E che preferisce gestire il Festival di Sanremo piuttosto che investire in programmi sul modello di Ulisse o comunque formativi.
    Insomma i tempi sono cambiati e la Rai non serve per fare pubblicità, se i soldi spesi in cabaret e reti politicizzate di ogni colore fossero investiti per giornalismo come quello di Report forse ci sarebbero più italiani che pagherebbero.
    Ah, altra cosa, all’estero non lo chiamano CANONE e non va a finanziare la tv pubblica, la chiamano TASSA AUDIOVISIVA e c’è un motivo, nomen omen ricordiamocelo sempre.

  • arthemis |

    “fiscalità generale” significa IRPEF, quindi dipendenti e pensionati; e gli altri?
    Quali sono i numeri per gli esercizi commerciali?

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